fortuna

 

 

-Computer, visualizzare i programmi olografici del Comandante Chakotay; autorizzazione Janeway…- Le labbra del capitano della Voyager s’incurvarono in un sorriso di approvazione mentre scorreva, con sguardo attento, la lista dei programmi ricreativi del suo primo ufficiale; era stato proprio lui a consigliarle di utilizzare uno dei suoi programmi antistress per prendersi una pausa dopo tutta la tensione che aveva accumulato negli ultimi giorni.

Si massaggiò la base del collo con una mano ed emise un sospiro; molti nomi l’allettavano decisamente e promettevano di essere molto piacevoli…Evidentemente doveva aver sottovalutato il suo primo ufficiale. Ad un tratto un nome fra i tanti attirò la sua attenzione come una calamita: “Vasca da bagno”.

“Beh”pensò tra sé e sé”Un programma vale l’altro”…

-Computer, aprire il programma “Vasca da Bagno”…

E poi, dopo tutto, una delle cose che le mancavano di più della sua casa era proprio la comodità di poter fare un bel bagno caldo per scacciare i cattivi pensieri. Evidentemente questa era una delle piccole cose che Capitano e Primo ufficiale condividevano pienamente.

-Inizializzazione completata; entrare appena pronti- La voce metallica del computer interruppe il flusso dei suoi pensieri mentre le porte del ponte ologrammi si spalancavano con il suono consueto.

Decisamente, quello che vide di fronte a sé, la lasciò senza fiato.

Lo scenario olografico ricostruito nei minimi dettagli da Chakotay era una radura che lei conosceva molto bene, avendoci passato oltre sei settimane assieme al suo primo ufficiale a causa di una malattia che avevano contratto entrambi e che li aveva costretti a restare in quarantena su di un pianeta alieno, da soli ed in balia degli eventi naturali. Ricordava perfettamente la delusione che aveva provato quando, ogni sera, mentre lui continuava a creare qualcosa con il legno per rendere i moduli abitativi della federazione più confortevoli, lei ritornava dalla radura con le trappole che aveva predisposto per cercare di catturare gli insetti del pianeta e studiarli per comprendere che cosa li rendesse immuni al virus da loro contratto, e le trovava costantemente vuote; e ricordava anche molto bene il giorno che aveva espresso il desiderio di possedere una vasca da bagno e di come Chakotay gliel’avesse costruita e posizionata in un luogo appartato un po’ fuori dal loro campo base.

Ebbene, di fronte agli occhi vide l’immagine olografica di se stessa, impegnata a fare il bagno in quella vasca di legno così perfettamente modellata, scrutare le stelle e gli alberi di fronte a sé cercando una risposta che non sarebbe probabilmente mai arrivata.

-Chakotay, ci sei?-cinguettò garrulo il suo alter ego da quella posizione imbarazzante.

-Computer, bloccare immediatamente simulazione!-Ringhiò Janeway direttamente in faccia al proprio ologramma, quasi per farle un dispetto; la donna olografica rimase immobile, congelata nell’acqua, una gamba piegata ed una mano deliziosamente protesa verso una saponetta.

Il capitano si avvicinò maggiormente a quella specie di bella statuina e la fissò a lungo: seppure con qualche piccola diversità, la imbarazzò molto scoprire che il corpo di quella fantasia, misure e pose comprese, era pressoché identico al suo; evidentemente il suo Primo Ufficiale la fissava più a lungo di quanto lei non si fosse mai accorta, magari quando bussava rispettosamente alla sala tattica e con quel suo fare un po’ timido ed impacciato, con una scusa le portava quella brodaglia che Neelix definiva caffè, o magari quando lei si alzava in piedi in plancia per dare ordini e lui restava seduto al suo posto in attesa, come un cagnolino fedele che aspetti una carezza dal proprio padroncino affettuoso.

Si domandò se forse non fosse stata lei ad incoraggiare in lui questo genere di fantasie: ma no, le sembrava di essere stata sempre molto professionale di fronte agli altri ufficiali e molto amichevole nei loro rari momenti di intimità; certo, stimava molto Chakotay, si fidava ciecamente di lui, avrebbe riposto fra quelle sue grandi mani la propria vita in qualsiasi momento e senza pensarci su due volte; del resto un rapporto saldo fra Capitano e Primo Ufficiale era alla base di un buon comando ed una sicurezza nei confronti di tutto l’equipaggio.

E adesso veniva a scoprire che Chakotay non era realmente come le si mostrava, che si divertiva alle sue spalle con un ologramma simile a lei e chissà quanti altri ce n’erano, magari nudi come questo e non protetti dalla schiuma dell’acqua del bagno, sparsi tra i suoi programmi ricreativi!

Provò l’impulso di aprirli tutti, di cancellare uno ad uno quelle proiezioni luminose che la imbarazzavano tanto: si sentiva tradita, pugnalata alle spalle da quello che attualmente avrebbe definito il suo migliore amico.

Cercò di analizzare a mente fredda la situazione per riuscire a capire quando le cose potevano essere cambiate: aveva forse mutato tono di voce, utilizzato un’inflessione diversa da quella che utilizzava abitualmente con gli altri membri dell’equipaggio? Decisamente no e poi, francamente, l’uniforme rossa da capitano della flotta stellare era un indumento da portare con onore, certo, ma non l’avrebbe sicuramente definito sexy o, peggio ancora, provocante, almeno non esplicitamente.

Sicuro, si era accorta anche lei di quella specie di mezzo sorriso che compariva sulla faccia di lui quando le rivolgeva la parola ma non ci aveva mai fatto molto caso e comunque, ogni volta che parlavano seduti o in piedi, la distanza tra i loro due corpi non scendeva mai al di sotto dei 40 centimetri; sì, certo, qualche volta lei gli aveva toccato il braccio o gli aveva permesso di prenderla a braccetto e portarla a fare un giro, accompagnarla a qualcuna delle feste che Neelix organizzava per tenere alto il morale di tutti loro ma non le sembrava di aver mai permesso ai sentimenti personali di nessuno dei due di varcare le regole e i confini del rispetto, dell’amicizia e della cortesia per sconfinare nei territori infidi dell’attrazione.

Poi si ricordò della loro quarantena su quel maledetto pianeta, di quella sorta di intimità che si era venuta a creare tra loro, di come lui aveva sempre lavorato per lei, per realizzare nei limiti del possibile ogni suo desiderio e di come l’aveva sorpreso spesso a fissarla, nel buio del modulo abitativo che avevano condiviso per tante notti; e poi c’era stata una sera, quella strana sera durante la quale aveva intrecciato le sue dita con quelle di lei e le aveva raccontato una storia ancora più strana di un guerriero carico d’odio che aveva trovato la pace dopo aver incontrato una donna fantastica.

-E’ davvero una vecchia storia.- gli aveva detto con un mezzo sorriso.

-No- aveva risposto lui, aumentando la stretta- ma era l’unico modo che avevo per dirtelo…-.

Ma dirle poi che cosa?

Poco tempo dopo erano giunti i soccorsi, loro erano stati riteletrasportati a bordo e curati, avevano ricominciato a darsi del lei in plancia e di fronte all’equipaggio e nessuno dei due aveva mai più rivangato neanche per un attimo la storia del guerriero e della sua donna e delle cose che Chakotay avrebbe voluto dirle.

Beh, sì, ovviamente per un po’ lei ci aveva pensato, doveva ammetterlo, ma aveva liquidato l’argomento nascondendosi dietro la convinzione che quelle fossero cose che potevano succedere naturalmente fra un uomo e una donna soli, sperduti su di un pianeta alieno, con scarse speranze di rientrare nella loro comunità precedente e la possibilità di sopravvivere soltanto vivendo ogni attimo a stretto contatto l’uno con l’altro…

E invece, evidentemente, l’argomento almeno per uno dei due non era stato chiuso del tutto, anzi era una specie di ferita che bruciava nel profondo e che rischiava di rovinare lo splendido rapporto che lei credeva di essere riuscita a costruire col suo Primo Ufficiale Maquis.

Fissò di nuovo quell’ologramma immobilizzato nella vasca: i capelli raccolti a crocchia sul capo, una ciocca che sfuggiva dall’acconciatura appiccicatasi lungo il collo e anche se quella donna non aveva praticamente nei sul corpo, decisamente l’espressione rilassata e gli occhi socchiusi nell’atto di chi sta assaporando un piacere desiderato da tanto le appartenevano senza ombra di dubbio.

-Janeway a Chakotay- chiamò con lo sguardo fisso sulla simulazione bloccata, mentre un pensiero ballerino le sussurrava all’orecchio di non chiamare nessuno, di riprendere la simulazione per vedere fino a che punto lui avesse deciso di spingere la faccenda.

-Qui Chakotay…Capitano, sbaglio o l’avevo convinta ad andare per un paio d’ore sul ponte ologrammi?- La voce del collega era quella di sempre, nulla tradiva un sentimento diverso dall’amicizia.

-E’ proprio da lì che la sto chiamando, può venire qui un momento?- La risposta si fece attendere per un secondo che a Janeway parve un’intera vita.

-Arrivo subito capitano.

Quando, pochi minuti dopo, le porte del ponte ologrammi si aprirono e Chakotay fece capolino con la sua solita aria tranquilla, Janeway lo fissò a lungo, senza riuscire a darsi una spiegazione: era il Chakotay di sempre, per nulla sconvolto dalla visione di due Janeway o del fatto che lei avesse scoperto quali erano i suoi metodi poco ortodossi di rilassamento e se ne stava impalato di fronte a lei in attesa degli ordini, come se non ci fosse una donna nuda che faceva il bagno in una vasca e che aveva le fattezze del proprio capitano.

-Chakotay, lei mi deve delle spiegazioni…-cominciò Janeway con un sospiro profondo, ma l’altro si limitò ad abbassare lo sguardo.

-Sono a sua completa disposizione…

-Maledizione, Chakotay, questa non è una questione d’onore! Insomma, mi vuoi dire che cosa ci faccio qui?

-Il bagno?- Sussurrò lui senza un filo d’ironia nella voce; la sua apparente tranquillità la fece arrabbiare ancora di più.

-Questo lo vedo da me, comandante, vorrei solo sapere perché hai sentito il bisogno di creare un ologramma simile a me e di piazzarlo a fare il bagno in una vasca che…

-L’avevo costruita per te, ricordi? Eri come una bambina eccitata quando te la mostrai per la prima volta…

Lei lo guardò, annotò quello sguardo malinconico perso nei ricordi ma tentò di concentrarsi per  richiamare alla memoria l’esistenza di una qualche direttiva della flotta stellare che impedisse a qualcuno di utilizzare a sua insaputa il corpo di qualcun altro per farlo diventare parte delle proprie fantasie incarnatesi in una specie di grottesca mascherata olografica.

-Penso che sia passibile di pena…

-Che cosa? Averti costruito una vasca?

Adesso sorrideva più apertamente e il suo tatuaggio prendeva una forma bizzarra, deformato dalle rughe della fronte.

-Un momento, ora capisco tutto!-Concluse lei allontanandosi di qualche passo- all’inizio credevo di essere incappata per errore in questo tuo programma e mi sentivo anche un po’ colpevole per aver sbirciato fra delle cose, dei sogni, che francamente non mi appartenevano, pensavo che tu l’avessi creato al ritorno dalla nostra quarantena e che poi ti fossi dimenticato di cancellarlo ma…-Si avvicinò al pannello del computer e ne pigiò in velocità alcuni tasti- Tu l’hai aperto anche ieri e almeno altre quattro volte nel corso dell’ultima settimana…E’ per questo che mi hai dato l’accesso ai tuoi programmi olografici, tu volevi che io lo vedessi…

-E’ proprio così Kathryn- La voce di lui, così profonda e concentrata la fece sobbalzare; per la prima volta riusciva a sentire l’elettricità e l’ansia che emanavano dal suo corpo mentre la tensione lo faceva stare dritto come una corda di violino- Ascoltami- riprese dopo un istante, chiamando a raccolta tutto il suo coraggio- Se fossimo ancora nel ventesimo secolo ti avrei scritto una lettera, avrei cercato di parlarti, ti avrei esposto le mie intenzioni in modo chiaro…Ma noi non siamo nel ventesimo secolo e tu non sei una persona comune- Le disse facendo un passo verso di lei e afferrandole entrambe le mani- sei il mio capitano; credi che non sappia che cosa questo avrebbe significato per te?

Lei si divincolò dalla stretta di quelle mani calde e sbatté le palpebre, costringendo se stessa a pensare più velocemente.

-Cento volte mi sono detto che era giunto il momento di parlarti…ma tu mi respingevi con una scusa o con l’altra e c’era sempre qualcosa a cui pensare, qualche nuova minaccia da affrontare e quel momento non arrivava mai! Ho cercato in tutti i modi di farti capire quanto tu fossi importante per me, quanto contasse la nostra amicizia…-Stavolta l’aveva afferrata dolcemente all’altezza delle braccia, non permettendole di frapporre troppi centimetri tra i loro corpi.

Come se lei non l’avesse mai sentita quella specie di scarica quando lui le si sedeva vicino, come se avesse avuto fango al posto del cuore, come se non fosse stata che ghiaccio e non una donna in carne ed ossa! Ma c’era la Voyager a cui pensare, la rotta da tracciare per riuscire a tornare a casa! Oh, se soltanto fosse stata più giovane e più impulsiva come B’Elanna di sicuro si sarebbe lentamente lasciata andare a quella specie di sentimento che già da tempo stava reprimendo dentro di sè; ma c’era Mark che l’aspettava a casa e i cuccioli del suo cane e tutta una serie di vecchie consuetudini dal sapore dolceamaro, la cui presenza era forse un po’ ingombrante, ma che le servivano di aiuto e di sostegno nei momenti di maggiore incertezza e disperazione.

-Non posso permettere che questo accada, lo sai, per il bene dell’equipaggio…

-Stavolta l’equipaggio non c’entra niente…

-Sono sempre il tuo capitano!

-Questo vuol dire che resterai sola per sempre?- Con una mano le aveva sollevato il mento, costringendola a guardarlo in quegli occhi enormi e oscuri, che avevano visto molte battaglie e molte gloriose vittorie, che la spiavano ogni giorno per leggerle l’anima, che l’avevano radiografata e ormai avevano imparato a memoria le sue forme, il colore dei suoi capelli e i suoi gesti più consueti.

Centomila piccoli fatti senza importanza le tornarono alla mente, brandelli di conversazioni, brani di frasi, sussurri, sorrisi, detti e non detti, come se qualcuno avesse posto la sua vita passata fino a quel momento sul piatto di una bilancia e si stesse apprestando ad assestare un colpo per far mutare l’equilibrio dei pesi; si sentì vacillare sotto quell’ondata di ricordi, di colpe e di errori che adesso l’avevano portata a scegliere tra un sentimento intenso ma di durata sicuramente breve e un’amicizia che non sarebbe mai più stata la stessa, che si sarebbe rivestita di maliziosi sottointesi, di frasi volutamente ambigue e di argomenti taboo. Pensò a Tuvok, a quei suoi occhi acuti, a come avrebbe alzato il sopracciglio di fronte al rossore che le stava invadendo le guance e non avrebbe detto niente; come avrebbe potuto lavorare ancora con lui senza coprirsi di ridicolo agli occhi di tutti? E come avrebbe potuto fidarsi ancora di se stessa e della sua capacità di giudizio, se si fosse concessa il lusso di amare un’altra persona? Quando fossero incappati in una missione difficile, con che coraggio avrebbe mandato a morte l’uomo che avrebbe imparato ad amare? Quanto sarebbe stata disposta a sacrificare per lui? Qualcuno dei suoi momenti liberi? La sua famosa razionalità? La sua poltrona di capitano?

No, non poteva permettere a tutto questo di cominciare; non poteva lasciare che lui le s’intrufolasse nella mente, le perforasse il cuore, le rubasse le notti e le offuscasse il pensiero.

Chakotay vide qualcosa brillare negli occhi di lei; e comprese immediatamente di aver perduto la partita contro la razionalità del suo capitano, la sua forza d’animo, la sua paura di lasciarsi andare.

-Lasciami, per favore…

-Kathryn ascoltami…

Lei spostò lo sguardo sulla propria simulazione olografica: i suoi occhi s’indurirono, il suo proposito si rafforzò. Lui colse al volo l’occhiata tesa alle proprie spalle, comprese quello che lei stava fissando e decise di fare un ultimo, disperato tentativo:

-Lo so che ti senti confusa…

-La confusione qui non c’entra niente; ti ho detto di lasciarmi andare!

-Lo so, non avrei dovuto creare un ologramma con le tue fattezze…

-Subirà le conseguenze di quello che ha fatto!

-Vorrei solo che tu riuscissi a capirmi! Sapevo di non avere alcuna speranza con te…Ho creato questo ologramma soltanto per fare un po’ di pratica, per cercare di studiare le tue reazioni…Volevo capire se anche per te era stato determinante il periodo che abbiamo trascorso insieme qui, come lo è stato per me…

-Mi lasci andare comandante, è un ordine!

-Ti prego, lasciami spiegare…

-Janeway a Tuvok…-Il tono secco con cui pronunciò la solita frase, scandendo le parole lentamente, una ad una e fissandolo negli occhi con aria di sfida gli fece immediatamente abbandonare la presa.

-Tenente, venga sul ponte ologrammi due, abbiamo un problema!

Chakotay scosse la testa con un sospiro…

-Computer, bloccare simulazione- concluse dopo un attimo e tutto, come per incanto, si fermò: se non fosse stato troppo stanco e troppo deluso da quest’ultimo fallimento si sarebbe certamente fermato ad ammirare il paradosso di due Janeway olografiche cristallizzate in due atteggiamenti così differenti e che eppure lo avevano portato comunque al medesimo risultato. Si avvicinò alla Janeway in uniforme e le accarezzò una guancia col dorso della mano ma rapidamente, quasi avesse paura che l’ologramma, a contatto con la sua pelle, avesse potuto risvegliarsi, prenderlo a schiaffi e farlo sbattere in cella per molestie dal signor Tuvok.

-Computer, chiudere programma.

Quando il ponte ologrammi fu di nuovo vuoto e le linee parallele e perpendicolari tra loro cominciarono a sfuocarsi fino a sparire del tutto dal suo campo visivo, Chakotay si accasciò contro una delle quattro pareti ed emise un gemito. Effettivamente, rispetto ad un innamorato di molti secoli fa aveva dalla sua parte la tecnologia più innovativa di tutto il quadrante, poteva simulare il personaggio di Janeway in qualsiasi momento della propria vita e tentare con lei tutti gli approcci fino a quando non fosse giunto al risultato che desiderava da molto, molto tempo; ma a che diavolo serviva la tecnologia se poi, lo sapeva benissimo, non avrebbe mai avuto il coraggio di parlare? Quelle erano soltanto simulazioni, proiezioni olografiche senz’anima! I primi tentativi erano stati incoraggianti ma poi, mano a mano che aveva riempito quegli ologrammi con tutte le sfaccettature di personalità del suo capitano, si era reso conto che non sarebbe mai riuscito ad andare oltre quella sua corazza che la rendeva così invulnerabile ai nemici, così attraente e così maledettamente sola.

-Janeway a Chakotay…

La voce di lei, incorporea eppure squillante lo fece sobbalzare; ci mise qualche secondo a comprendere che non si trattava, stavolta, di nessuna delle sue proiezioni.

-Qui Chakotay capitano…

-Pensavamo che si fosse perso! L’ambasciatore  nicosiano sarà a bordo a momenti; la aspetto nella sala teletrasporto quattro per riceverlo…Sempre che non abbia di meglio da fare…

-Sto arrivando!

E poi:

-Computer…-Il suono consueto della consolle gli fece comprendere che la macchina restava in attesa di ordini; riprese con tono risoluto- Cancellare programma Chakotay sette, uscita!

E si avviò a passi lenti verso la sala teletrasporto quattro, pregando ad occhi chiusi il suo Grande Spirito per lui, per Kathryn, per il coraggio che gli mancava e per l’ambasciatore nicosiano, perché non apparisse bello né particolarmente intelligente agli occhi di lei. In fin dei conti, il tempo, almeno quello, giocava dalla sua parte.

Giunse in ritardo al luogo d’incontro: l’ambasciatore era già arrivato da qualche istante e si stava profondendo in saluti, inchini e apprezzamenti nei confronti della nave e del suo capitano.

-E questo è il mio primo ufficiale, il comandante Chakotay…Può dire a lui tutto quello che vorrebbe dire a me…Senza di lui probabilmente ora non sarei qui, anzi, nessuno di noi sarebbe qui! Adesso mi deve scusare, ambasciatore, ma devo tornare in plancia. Ci rivedremo in sala tattica per discutere dei particolari del nostro accordo fra un paio d’ore; non si preoccupi, la lascio in buone mani. - Detto questo sparì lasciandosi alle spalle uno splendido sorriso.

-E’ una femmina veramente notevole!- Commentò a mezza voce l’ambasciatore dopo qualche secondo- e lei è un uomo davvero fortunato…

Chakotay affogò l’amarezza in un triste sorriso e spinse docilmente il suo ospite in un turboascensore

-A volte troppa fortuna fa male al cuore…-.